
Il bullismo è una forma di sofferenza relazionale molto difficile da riconoscere e affrontare, sia per chi lo subisce, sia per chi lo agisce. Sottovalutato spesso come “semplici litigi tra ragazzi”, è invece uno schema relazionale ripetuto, intenzionale e soprattutto asimmetrico, che può lasciare ferite profonde e durature.
Uno sguardo psicologico può aiutarci a cogliere le radici del fenomeno generale e dei comportamenti individuali, i significati e le modalità di intervento più efficaci.
Cosa si nasconde sotto la superficie?
Già nel 1993, lo psicologo svedese Dan Olweus ha definito il bullismo come un comportamento aggressivo, intenzionale e ripetuto, la cui caratteristica è lo squilibrio di potere tra bullo e vittima. Può assumere diverse forme, nessuna più o meno grave delle altre:
- Fisico, con calci, spinte, aggressioni;
- Verbale: insulti, minacce;
- Relazionale; esclusione, isolamento;
- Cyberbullismo: offese o umiliazioni dietro dispositivi digitali o su social network.
La strada per diventare bulli o bulle.
È indubbio che il bullismo porti comportamenti prepotenti che non possono e non devono essere giustificati. Va ricordato, tuttavia, che proprio questi comportamenti nascondono spesso fragilità invisibili e diventano la voce di disagi che non si vuole o non si sa comunicare.
Dietro il bullismo possono nascondersi spesso:
- Difficoltà nella regolazione delle emozioni e, in particolare, della rabbia;
- Esperienze ripetute di trascuratezza o vittimizzazione;
- Modelli educativi disorganizzati;
- Bisogno di controllo o senso di potere.
Evitare di etichettare chi mette in atto tali comportamenti come “bullo” o “bulla”, non significa giustificarne la condotta, ma non correre il rischio di non vedere le loro difficoltà relazionali sulle quali, al contrario, si può intervenire ascoltando i bisogni disorganizzati urlati attraverso l’aggressività.
L’altra faccia della medaglia: il peso del silenzio.
Dall’altro lato ci sono le vittime del bullismo: bambini, ragazze, compagni di scuola che possono sviluppare sentimenti di vergogna, impotenza e isolamento. Ma non solo. Essere vittima di bullismo può portare questi ragazzi e ragazze ad evitare luoghi e situazioni limitando la quantità e la qualità delle proprie esperienze, relazioni. Possono emergere:
- Sintomi psicosomatici (mal di pancia, mal di testa);
- Disturbi del sonno e/o dell’alimentazione;
- Calo del rendimento scolastico;
- Ritiro sociale e/o ansia anticipatoria;
- Depressione e pensieri autolesivi.
Prevenzione e intervento: una responsabilità condivisa.
È evidente, dunque, che percorsi di educazione emotiva e relazionale siano necessari per prevenire o intervenire sugli atti di bullismo e sulle conseguenze che questi potrebbero avere. Ma come fare?
- Educazione socioemotiva: lavorare dalla scuola dell’infanzia e dalla scuola primaria (non è mai troppo presto!) su empatia, riconoscimento delle proprie e altrui emozioni, sul rispetto e valorizzazione delle differenze.
- Interventi di gruppo che coinvolgano studenti, insegnanti e famiglie lavorando in modo strutturato e condiviso;
- Ascolto attivo: creare spazi sicuri in cui i ragazzi e le ragazze possano sentirsi liberi di parlare senza il timore del giudizio e dove possano vedere riconosciute le proprie emozioni;
- Sostegno psicologico per chi è vittima di bullismo arginando le conseguenze, per chi agisce le condotte aggressive per fornire gli strumenti utili a riconoscere e lavorare sulle proprie difficoltà e per il gruppo che inevitabilmente si trova coinvolto in diversi meccanismi secondari.
- Formazione per gli adulti, genitori e insegnanti che vanno aiutati a saper riconoscere i segnali e ad intervenire in modo coerente, funzionale ed empatico.
Il ruolo di famiglia e scuola nel fronteggiare il bullismo.
Il bullismo non nasce dal nulla, ma, al contrario, si sviluppa e si mantiene in contesti che, involontariamente, possano alimentarlo. Ma quegli stessi luoghi possono essere o diventare il terreno per prevenirlo e interromperlo. Per questo è necessario che scuola e famiglia siano alleate e interconnesse.
Cosa possono fare i genitori?
- Osservare i segnali indiretti come cambiamenti nel comportamento o la comparsa di sintomi fisici;
- Creare uno spazio e un dialogo sicuro dove figli e figlie possano riuscire a raccontare senza il freno del giudizio o di punizioni;
- Non minimizzare o colpevolizzare: evitare frasi come “sono solo ragazzate” o “fatti rispettare”;
- Collaborare con la scuola guardando ad essa come ad una alleata e non un tribunale da cui difendersi;
- Chiedere supporto per sé e per i figli.
E la scuola? La scuola non è solo luogo di apprendimento, ma anche contenitore di relazioni, esperienze, emozioni. Il gruppo ha un ruolo fondamentale. Può trasformarsi in branco e amplificare le dinamiche che alimentano il bullismo, ma può anche diventare limite, esempio e sicurezza. L’intervento in questo contesto, tuttavia, non può e non deve limitarsi alla punizione dell’aggressore, ma deve essere sistemico, preventivo e trasformativo. Le azioni più efficaci possono prevedere:
- Formazione e supporto per insegnanti e personale scolastico;
- Laboratori di educazione socio-emotiva;
- Coinvolgimento attivo di studenti e studentesse con circle time, tutoraggio e peer education;
- Protocolli chiari e condivisi
- Spazi di collaborazione scuola – famiglia.
Il bullismo non si combatte solo agendo sul comportamento che, come abbiamo visto, è solo la punta dell’iceberg, ma costruendo relazioni sane con adulti presenti e comunità consapevoli.
Bibliografia:
Craig, W. M., & Pepler, D. J. (2007). “Understanding bullying: From research to practice.” Canadian Psychology, 48 (2), 86 – 93
Menesini, E., & Nocentini, A. (2009). “Cyberbullying definition and measurement: Some critical considerations.” Zeitschrift fur Psychologie, 217 (4), 230 -232
Olweus, D. (1993). Bullying at school: What we know and what we can do. Blackwell
Pellai, A., & Tamborini, B. (2020). Cyberbullismo. Guida completa per genitori, ragazzi e insegnanti. De Agostini.
Sharp, S., & Smith, P. K.. (1994). School bullying: Insights and perspectives. Routledge.





